I nomi essi stessi (a che cosa codice...

I nomi essi stessi (a che cosa codice categoria possono appartenere) sono masculines, feminines, o mediatori (neutro). Tutta la conclusione nella N, la P, S, o nei due residui del questo ultimo, PS e X, è masculines. Tutta la conclusione nelle vocali invariabilmente lunghe, H ed O ed in A fra le vocali che possono essere lunghe, è feminines. In modo che ci sia un numero uguale dei termini maschili e femminili, poichè lo PS e la X sono lo stesso della S e non devono essere contati. Non ci è nome, tuttavia, concludentesi in un muto o in un i.e.there delle due brevi vocali, E ed O. Soltanto tre (meli, kommi, peperi) estremità dentro I e cinque nel T. I mediatori, o neutri, estremità nelle vocali di variabile o nella N, P, X.

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La perfezione di dizione è per esso da essere immediatamente chiara e non la media. Il più libero effettivamente è quello composto delle parole ordinarie per le cose, ma è medio, come è indicato dalla poesia di Cleophon e di Sthenelus. Da un lato la dizione diventa distinta e non-prosaica mediante l'uso dei termini non pratici, cioè le parole sconosciute, metafore, forme allungate e tutto che devii dai modi ordinari di discorso. --Ma un'intera dichiarazione in tali termini sarà un setaccio o una barbarie, un setaccio, se composto delle metafore, una barbarie, se composto delle parole sconosciute. La natura stessa effettivamente di un setaccio è questa, descrivere un fatto in una combinazione impossibile di parole (che non possono essere fatte con i nomi reali per le cose, ma può essere con i loro sostituti metaforici); per esempio “ho veduto un uomo incollare l'ottone su un altro con fuoco„, e simili. L'uso corrispondente delle parole sconosciute provoca una barbarie. --Una determinata mescolanza, di conseguenza, di i termini non pratici è necessari. Questi, la parola sconosciuta, la metafora, l'equivalente ornamentale, ecc… conserveranno la lingua dal sembrare medi e prosaici, mentre le parole ordinarie in esso assicureranno la chiarezza richiesta. Che cosa aiuta la maggior parte, tuttavia, rendere la dizione immediatamente libera e non-prosaica è l'uso dell'allungato di, forme di parole accorciate e ed alterate. La loro deviazione dalla volontà ordinaria di parole, rendendo alla lingua dissimile quello in use.g.ve generale esso un'apparenza non-prosaica; e loro avere molto il in comune con le parole nell'uso generale gli darà la qualità della chiarezza. Non è di destra, quindi, condannare questi modi di discorso e ridicolizza il poeta per usando, come alcuni hanno fatto; per esempio il più vecchio Euclid, che lo ha detto era facile da fare la poesia se uno dovesse concedersi allungare le parole nella dichiarazione in se fino a una gradice--una procedura che caricatured leggendo “il eidon Marathonade Badi di Epixarhon--gonta e ouk boro di Helle di ekeinou di tonnellata di eramenos del han g„ come versi. Un uso troppo apparente di queste autorizzazioni ha certamente un effetto ridicolo, ma non sono soli in quanto; la regola di moderazione si applica a tutti i costituenti del vocabolario poetico; anche con le metafore, parole sconosciute ed il resto, l'effetto sarà lo stesso, se uno le usa impropriamente e con vista alla risata di provocazione. L'uso adeguato di loro è una cosa molto differente. Per realizzare la differenza una dovrebbe prendere un verso epico e vedere come legge quando le parole normali sono introdotte. Lo stessi dovrebbero essere fatti ugualmente con la parola sconosciuta, la metafora ed il resto; per uno ha mettere soltanto le parole ordinarie nel loro posto per vedere la verità di che cosa stiamo dicendo. Lo stesso iambic, per esempio, è trovato in Aeschylus ed in Euripides e nel precedente è così com'è una linea difficile; considerando che Euripides, dal cambiamento di una parola singola, la sostituzione di uno sconosciuto per che cosa è tramite uso la parola ordinaria, la ha fatta sembrare fine. Aeschylus che dice nel suo Philoctetes: